E’ nato
Carlo mi stava accanto inebetito.Impacciato mi aveva aiutato a spingere. Ma ero io che spingevo! Avrei avuto voglia di farlo tacere con un calcio; ma non potevo in quella ridicola posizione da teatro tutto aperto.
Scenografia scarna e scontata.
Il tecnico delle luci si affannava a ben posizionare il faro che illuminava quella lontana porticina incerta nell’aprirsi.
Le comparse, in attesa passiva, come il bue e l’asinello.
L’aiuto registra invocava il piccolo attore, ignaro di ciò che l’aspettava, a venir finalmente fuori
“Su spalanca quella porticina” diceva ridacchiando.
Spalanca tua sorella. Se fosse dipeso semplicemente da me, l’avrei già spalancata, deficiente!
Il burattinaio-regista sembrava dirigere tutto, in effetti non faceva un cazzo aspettando che accadesse ciò che doveva accadere.
In mezzo a questa platea di guardoni mi affannavo a prendere in mano la situazione (respiro, pausa, spinte). Il piccolo attore fece capolino, tirò fuori la testa e, frastornato da quella confusione sembrò quasi volersi ritirare. Ma la capo comparsa si affrettò ad afferrargli la testa.
“Adesso sei mio”
“Su dai che ci siamo” Credo stesse parlando con me.
Tra spinte, invocazioni di benvenuto, mie imprecazioni, Ruggero schizzò fuori come da una bottiglia di spumante.
“Eccolo qui” Lo presero a schiaffi e incominciò a piangere.
“Tutto bene” disse il regista fiero di quella rappresentazione.
Lo lavarono (credo), lo asciugarono (credo) e l’avvolsero in un bianco telo adagiandolo finalmente sul mio petto. Lavarono il palcoscenico e finalmente chiusero il sipario.
Ruggero si era ammutolito. Respirava tranquillo. Si chiedeva il perché di tutta quella messa in scena. Ma, attore inconsapevole, non poteva sapere. Doveva solo subire.
Il regista soddisfatto mi diede un buffetto (gli avrei dato un cazzotto in cambio), mi sorrise e anch’io gli sorrisi.
Il bue e l’asinello si ritirano.
Carlo, imbranato malgré soi, mi prese la mano. Quella era felicità
Mancava solo la frase finale di rito.
Accadde.
“E’ TUTTO SUO PADRE”